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Scheda Poetica
Non confessionale, ma religiosa nel senso più alto, la poesia di Agostino
Venanzio Reali, per nulla semplice, anzi complessa, predilige la figura dell’ossimoro
come mezzo stilistico: mentre sosta davanti al mistero della bellezza che commuove,
parimenti si coinvolge quasi ad assumere su di sé il dolore dell’uomo
e del mondo.
Il miracolo
della parola, l’accensione linguistica che scaturisce
dal silenzio, investe ogni aspetto della vita: la gioia e il dolore, la preghiera,
la solitudine esistenziale, il deserto interiore, la stanchezza. Ma la “speranza”
resta la categoria dominante anche dentro il dramma della storia, grazie ad una
fede che legge il grande libro del creato, facendo memoria della terra d’origine,
cui il cuore aspira tornare.
Nell’effervescenza creativa, la metafora scopre e rinnova simboli talvolta
già acquisiti, altre volte immessi ‘ex novo’ nel circuito letterario,
recuperando non di rado un uso liturgico della parola. Il plurilinguismo
lessicale e una molteplicità di registri stilistici fondano un dialogo ininterrotto
con gli autori antichi e moderni, siano essi poeti o artisti, tessendo una sorta
di polifonia. Complementare all’impulso poetico è il lavoro artistico,
esigenza di arte totale che colloca Agostino Venanzio Reali a pieno titolo tra i
grandi poeti e artisti contemporanei.
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Qui di seguito abbiamo riportato delle opere poetiche piu significative, scritte
da
Padre Venanzio, che richiamano il suo spirito umile sensibile, romantico, ispirandosi
ai suoi affetti più cari, potete trovare le sue opere complete presso il
Museo Venanzio Reali.
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Primaneve
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Hai tu la dolce memoria premente l’anima adulta di quando la neve la prima
volta vedemmo sulle tettoie cadere?
C’erano i merli neri; girellava il cane di Egisto lungo la siepe, annusando;
e una luna strana batteva al soffitto.
Le rame ovattate tramavano l’aria grigia, immobili corna di cervi imbalsamati;
il gatto faceva le fusa presso la brace disfatta
e il breve canto dei passeri lontano sotto i petali freddi. Dolce nescienza non
sapere donde venisse la neve.
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Le donne del mio paese |
Le donne del mio paese
le ricordo contro nubi mugnaie:
la Cisa di gazze nel vento,
la Pina di resine al sole,
l’Elsa che rideva purpurea
nella mite gazzarra
delle ciocche corvine, e la Pia che, sorriso appena,
disparve colomba di passo,
sereni occhi, aquilone
caduto sotto l’orizzonte. Altri cieli vi contemplano,
donne del mio paese!
e anche l’aria dimentica il grido
nella nostra caduta infanzia.
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Terra mia Dolce che muori
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Terra mia dolce che muori,
mite strazio d’abbrivi nei salici,
dolente paese a screpoli;
più lunghe le tue mani spirituali,
forse che sí forse che no, nel cuore.
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Comune di Sogliano al Rubicone (FC)- Assessorato alla Cultura - Cescot Rimini 2008
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